Bottiglie perdute e ritrovate: le storie più incredibili di vino tra relitti e aste da record

Ci sono bottiglie che finiscono sul fondo del mare, murate dietro una parete di mattoni, o sepolte in una tomba per oltre un millennio. Un giorno, poi, vengono ritrovate per testimoniare una storia avvolta dal mistero. Sono i racconti più amati da chi il vino non lo beve soltanto, ma lo racconta: perché dentro ogni bottiglia "ritrovata" c'è quasi sempre un naufragio, una guerra, un inganno costruito ad arte o un tesoro nascosto per pura sopravvivenza. Abbiamo scelto sei storie, tra le più incredibili mai raccontate fino ad oggi.
La cantina sul fondo del Mar Baltico
Nel 2010 un gruppo di sommozzatori guidato da Christian Ekström stava esplorando un relitto al largo delle isole Åland, tra Svezia e Finlandia. Tra le stive buie della nave, affondata intorno al 1840, emerse un inatteso carico di champagne. Alla fine il conto fu di 168 bottiglie, rimaste al buio e al freddo costante di quelle acque per quasi 170 anni, condizioni quasi perfette per l’invecchiamento. Ekström ne portò una in superficie e la assaggiò subito con i colleghi: “dolce, con note di legno e un accenno insolito di tabacco” - raccontò poi ai giornalisti. Le analisi successive, pubblicate sulla rivista scientifica PNAS, permisero di identificare tre case storiche: Veuve Clicquot, Heidsieck (oggi Piper-Heidsieck) e Juglar, non più esistente, e di ipotizzare che il carico fosse diretto alla corte imperiale russa. Alcune bottiglie particolarmente ben conservate sono finite all'asta, vendute anche a 15.000 dollari l'una, e il ricavato destinato alla ricerca archeologica marina nel piccolo arcipelago che le aveva custodite. Incuriosita dal ritrovamento, la stessa Veuve Clicquot avviò poi un esperimento chiamato "Cellar in the Sea", immergendo alcune sue bottiglie proprio in quel tratto di mare per capire se il fondale possa diventare, un giorno, un metodo di invecchiamento alternativo alla cantina.
Il muro di Santa Vittoria
1944, Santa Vittoria d'Alba, stabilimenti Cinzano. Con l'esercito tedesco in ritirata pronto a requisire tutto ciò che poteva servire allo sforzo bellico come macchinari, impianti e materiali, il conte Marone Cinzano, titolare dell’azienda, convocò i dipendenti più anziani e diede un ordine secco: nascondere tutto il possibile, con la massima discrezione. In pochi giorni venne innalzato un muro di otto metri per sei all'imbocco di una delle gallerie, dietro cui finirono macchinari per la produzione di spumante e intere cataste di bottiglie ancora in affinamento sui lieviti. Per renderlo invisibile, il muro fu sporcato di sabbia e fuliggine e nascosto dietro damigiane vuote e sacchi di tappi usati, così da sembrare un angolo di cantina abbandonato da anni.
Un cantiniere anziano tornava di tanto in tanto ad aprire un piccolo foro nel muro per controllare che l'umidità non facesse crollare tutto: un'operazione fatta al buio, con una candela accesa per verificare che non mancasse l'aria. I tedeschi non trovarono mai quella galleria. E soprattutto, in un paese dove lo sapevano tutti, dal sindaco al parroco, nessuno parlò. Questa storia vera, ridimensionata rispetto al milione di bottiglie "leggendario" che racconta la finzione (la quantità reale, per quanto ingente, fu certamente inferiore), ha ispirato il romanzo di Robert Crichton "Il segreto di Santa Vittoria" e, nel 1969, l'omonimo film diretto da Stanley Kramer con Anthony Quinn e Anna Magnani, girato però non in Piemonte ma nel Lazio.

Le bottiglie di Jefferson (e l'inganno che si portavano dietro)
Nel 1985 il collezionista tedesco Hardy Rodenstock annunciò una scoperta sensazionale: una cantina murata a Parigi, con più di una dozzina di bottiglie del Settecento, alcune con incise le iniziali “Th.J.”, quelle di Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti e notissimo appassionato di vino, che a lungo aveva vissuto proprio a Parigi come ambasciatore. Una di quelle bottiglie, uno Château Lafite del 1787, fu battuta all'asta da Christie's per una cifra record per l'epoca, e aggiudicata da un membro della famiglia Forbes. Il finale, però, non è quello di una favola. Anni dopo, il miliardario collezionista Bill Koch, che aveva speso circa 500.000 dollari per altre bottiglie della stessa provenienza, iniziò a nutrire dei dubbi e finanziò un'indagine indipendente, spendendo quasi il doppio di quanto avesse pagato per il vino, per scoprire la verità. La fondazione Jefferson non riuscì mai a confermare che le bottiglie fossero appartenute al presidente, e analisi successive datarono il contenuto a un'epoca ben più recente di quella dichiarata. Rodenstock fu dichiarato colpevole di frode nel 2010, dopo una battaglia legale che ha ispirato il libro "The Billionaire's Vinegar" di Benjamin Wallace. È probabilmente la storia di vino ritrovato più famosa di sempre — ed è anche il promemoria più citato di quanto, nel mercato del collezionismo, la provenienza verificabile conti quanto (se non più) dell'etichetta.
Il caveau di Stalin
Chiudiamo il capitolo delle cantine dimenticate con una storia recentissima. A Tbilisi, in Georgia, un caveau sotterraneo ha custodito per decenni una collezione privata attribuita a Iosif Stalin: circa 40.000 bottiglie tra rarità francesi e georgiane, alcune risalenti ai primi dell'Ottocento, comprese etichette appartenute un tempo agli zar. Il governo georgiano ha deciso di portare l'intera collezione all'asta, alla presenza di alcuni tra i nomi più autorevoli del vino mondiale, tra cui Pierre Lurton, alla guida di Château d'Yquem e Cheval Blanc, che l'ha definita un vero e proprio pantheon enologico. È la dimostrazione che le cantine dimenticate continuano a ridisegnare, bottiglia dopo bottiglia, la mappa di ciò che consideriamo raro.

La bottiglia più antica del mondo, sigillata da 1.700 anni
Uno dei ritrovamenti più spettacolari di sempre è la cosiddetta "bottiglia di Speyer", scoperta nel 1867 durante gli scavi vicino all'omonima città tedesca, all'interno del sarcofago di un nobile romano. Datata tra il 325 e il 350 d.C., è considerata la più antica bottiglia di vino ancora sigillata esistente al mondo: un contenitore di vetro da un litro e mezzo, con anse a forma di delfino, tappato con cera e olio d'oliva rimasti intatti per quasi 1.700 anni. La cosa più sorprendente è che nessuno l'ha mai aperta. Il curatore del Museo storico del Palatinato di Speyer, dove la bottiglia è custodita, sostiene che il suo aspetto non sia cambiato negli ultimi venticinque anni di osservazione: gli esperti temono che l'esposizione all'aria potrebbe alterare irrimediabilmente ciò che resta al suo interno, per quanto gli studi abbiano già chiarito che gran parte dell'etanolo originale si sia ormai degradato. Da un punto di vista puramente microbiologico, dicono gli enologi che l'hanno studiata, il contenuto sarebbe persino sicuro da bere. Ma resta lì, sigillata, come il ritrovamento di vino più longevo mai documentato.
L'asta che ha battuto sé stessa due volte
Chiudiamo con una storia di mercato, più che di ritrovamento, che dimostra come certe bottiglie possano ancora sorprendere anche senza essere state perdute per secoli. Nel 2018, da Sotheby's a New York, una bottiglia di Domaine de la Romanée-Conti del 1945 fu venduta per 558.000 dollari, stabilendo il record mondiale per il vino più costoso mai battuto all'asta. Si tratta di una delle sole 600 bottiglie prodotte quell'anno, l'ultima annata ottenuta dalle vigne originarie del celebre cru borgognone prima che i danni da fillossera ne imponessero il completo reimpianto. Otto anni dopo, nel marzo 2026, durante La Paulée — evento newyorkese che ogni anno celebra la Borgogna riunendo produttori e collezionisti da tutto il mondo — un'altra bottiglia dello stesso vino, proveniente questa volta dalla cantina personale di Robert Drouhin, storico produttore borgognone, ha polverizzato il proprio stesso record: è stata infatti aggiudicata per 812.500 dollari. La stessa etichetta, la stessa annata, capace di battere sé stessa due volte in meno di un decennio: la prova che, quando rarità e storia si sommano in una singola bottiglia, il mercato del collezionismo è disposto a riconoscere il prezzo che vuole.
Un naufragio ottocentesco, un muro costruito in una notte, un falso durato vent'anni, un caveau sovietico, una tomba romana, un'asta che si supera da sola: dietro ogni bottiglia che torna alla luce c'è sempre una storia di autenticità da verificare, prima ancora che di sapore da scoprire. Non è un caso che il mercato del vino da collezione abbia imparato, a volte a proprie spese, quanto la provenienza certa sia il vero valore che si compra insieme all'etichetta.